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giovedì 3 ottobre 2013

Cronaca di strada di una giornata.

Abbiamo deciso, non senza interno travaglio di esprimere un voto di fiducia a questo governo”.

“Ha detto sfiducia?”

“No, a me me pare fiducia”

“Ma che davero?”

“eh, me sa de sì”

“Ma n’se pò rimannà ‘ndietro?”

“Eh, no, ‘n se pò”

“No, ha detto fiducia, guarda Angelino, tutti ridono, n’è possibile”

“Spè moh se mette a piagne…”

Questa è la cronaca di una giornata romana. Un paese incredulo. Un uomo che parla con plurale maiestatis quando ha deciso da solo, giocando l’ultima carta del martirio per la Repubblica. Un modo per rimanere a galla si trova sempre: è un fantasista. Probabilmente verrà ricordato dai fedelissimi come colui che offrì il capo per la propria patria.
Ma continuiamo.

“E mo’ che succede?”

“e che ne so’ fijo mio, nun ce penzamo che famo mejo”

“ma hai visto ier zera Cicchitto che j’ha detto a Sallusti?”

“ma chi a Nosferatu?”

“Si…j’ha detto porti jella”

“Toccamose e annamo avanti fijo mio”

“Toccamose e annamo avanti”

“Che Dio ce la manni bbona”

“E che magari se levamo quel testa de c*** de B. dalle p***”


“Amen”

"Amen"

mercoledì 17 luglio 2013

Il ruolo del politico e la provincia italiana

Fabrizio Barca va in giro per l'Italia tra le periferie e le grandi città, Nichi Vendola fa altrettanto, tacitamente. Arriva a Vetralla, paese di 13000 abitanti nella TusciaViterbese. Appare un gesto strano agli occhi di molti: c'è chi ci crede, c'è chi fa spallucce e pensa sia una bufala. Quando la notizia si fa certezza, ci sono anche gli scettici: e sono molti. Perché visitare un paesino di 13000 abitanti, molto chiuso sotto certi punti di vista ideologici? 

Purtroppo in una società dominata dal marketing politico e dal consenso a basso costo, ottenuto tramite populismi plateali non viene più concepito un gesto del genere. Un gesto del genere che dovrebbe essere l'atteggiamento tipico del politico. Il politico, se vuole fare questo mestiere nella vita deve TOCCARE il popolo italiano in tutta la sua eterogeneità, in tutte le sue idiosincrasie, in tutte le sue contraddizioni, in tutte le sue manifestazioni, non arroccarsi su un proprio personale piedistallo che aliena dalla realtà vera, che indora la pillola della crisi e chiude verso quell'egoismo becero che ha caratterizzato la nostra classe politica uscente. Abbiamo bisogno di politici che abbiano voglia di sporcarsi le mani con noi, che abbiano voglia di capire i disagi sperimentando i disagi con noi, persone che vadano a visitare tutte le identità multiformi di cui si compone l'Italia al fine di farsi un quadro completo della situazione e trarre le conseguenze più opportune per il bene di tutti. Non c'è chissà quale dietrologia dietro questo: il politico nascerebbe con questa vocazione, poi persa nella notte dei tempi. Quindi rispondiamo a tutti coloro che sono stati diffidenti, quelli che vedono solo commercio di anime e di cose nella loro vita: no, possiamo ripartire dalla base, da politici competenti che mettano le mani nel tessuto pastoso, argilloso, a volte vischioso dell'Italia. Ma si sa, dalla materia repellente dell'argilla, possono nascere vasi ed anfore dalla bellezza singolare. 
Riportiamo di seguito quindi l'articolo di un cittadino vetrallese, iscritto a SEL che ha preso parte all'evento e che ci dà la sua testimonianza. 

"Nichi è qui a Vetralla" di Mauro Presciutti.

Tutto ciò che mediaticamente ci raggiunge è incentrato su un modello di società che spesso non riflette la reale composizione del tessuto sociale italiano, soprattutto dal punto di vista della distribuzione geografica. Nel corso degli anni Tv, radio, giornali ed ora internet hanno dipinto l'Italia come un paese dove la vita è totalmente indirizzata alle grandi città e dove, al di fuori di queste, non esiste nulla o poco più. Allora ecco pubblicità di qualunque cosa (dall'automobile, alla crema viso, passando per i cereali) che ritraggono scene di presunta vita reale ambientate in metropoli che, a onor del vero, non sembrano più nemmeno europee. E la provincia italiana (l'importantissima e ricchissima provincia italiana)?  Ridotta ad essere nulla più che uno scenario da week end o da Spa dove poi il lunedì mattina si smantella tutto e ci si rivede il venerdì. E la politica non s'è sottratta da questo processo, intervenendo per incentivare la nascita di immensi agglomerati, dimenticandosi di milioni e milioni di cittadini sotto ogni punto di vista, da quello dei trasporti fino a quello occupazionale. Ecco che allora la presenza di Nichi Vendola in un paese di 13000 abitanti circa, ha un valore elevato, molto elevato. Parla di massacro della cementificazione, di dramma della spopolazione dei territori e parla di una italianità sempre più lontana da quella originale, sostituita passo passo da modelli non reali e non applicabili, che finiscono per ledere diritti e ambiente in un colpo solo (il passaggio su Marchionne è chiaro ed inequivocabile). Si guarda intorno, guarda le mura e le case colorate della piazza, guarda la gente che annuisce ad ogni sua parola e spesso lo interrompe per applaudirlo. Ha un carisma che hanno in pochi, una capacità di coinvolgere che è una rarità, ma il suo lato migliore è quello che mostra quando scende dal palco (e anche prima di salirci in realtà). Risponde a tutto ciò che gli chiedono in maniera precisa e senza giri di parole, risponde a chi lo saluta e gli fa i complimenti ma rimane anche a parlare con chi solleva problematiche politiche e ambientali. Va verso i bambini o le persone più anziane, riserva una parola per tutti, nessuno escluso, mette a dura prova la pazienza di quelli che devono scortarlo e che preferirebbero entrasse subito in auto. Nichi dice chiaramente che la politica è uno strumento e una ricchezza a disposizione di tutti e non un'entità inarrivabile, ci dice di concentrarci su questo concetto, di rispettare e di batterci per il nostro territorio perché tutto ciò lo renderà migliore. Prima di partire sfoglia i libri su Vetralla che gli ho regalato e fa: "bravissimi, continuate sempre così mi raccomando, davvero..." Quattro parole che saranno per sempre un monito per lavorare duramente e migliorarlo davvero questo territorio.
Mauro Presciutti

Infine da vetrallese, nata e cresciuta nella Tuscia, ma da sei anni ormai nella capitale laziale, posso con certezza dire che le province (ora come si chiameranno?) laziali sono state deprivate di molto, proprio a causa di una Roma che tutto ingloba e assorbe. Lavoro, soldi, tempo. Abbiamo dei meravigliosi patrimoni territoriali e culturali, una storia invidiabile all'estero (un nostro paese in Inghilterra sarebbe  messo sotto vetro e fatto visitare da milioni di turisti), eppure non si ha modo di far ripopolare la Tuscia, con i suoi tesori etruschi disseminati nei boschi, con i suoi paesi medievali di raminga memoria, con i suoi fascinosi eremi nascosti agli occhi dei pellegrini, con tanti beni ancora da scoprire e documentare. 
Date un aiuto concreto alla casa editrice Ghaleb Editore, al fine di finanziare un rapporto con il patrimonio territoriale, agricolo, archeologico e storico del territorio della periferia italiana. http://www.ghaleb.it/home.htm
Miriam Di Carlo
Vetralla




Piramide Etrusca, Bomarzo.

lunedì 13 maggio 2013

Spagna: storie di frutta e di linguistica.


Una costellazione al contrario ho incontrato. Dall’aereo, di mattina il mare conta costellazioni di barche fissate, attaccate e attraccate intente a pescare. Dall’alto sembrano tanto immote, ma immagino che all’interno un gran brulicare di affari, fatti e persone invada lo spazio angusto tipico della nave. Ma io sto in aereo, spazio angusto anche qui, costretti e stretti come uomini in piccola struttura ma dividendo percentuale calibrata di pesi, misure e bagagli di esperienza stipati nel corpo di ciascuno.  La mia gita a Valencia termina qui, questo lunedi di Maggio e tornerà ciclicamente riaffermando e aumentando un piccolo passo. Il valzer di Hegel: tre passi del valzer per Hegel, uno (tesi), due (antitesi: il piede destro va lontano dal sinistro) e sintesi (unione dei piedi nell’abbraccio sovrastante). Un po’ come la nostra politica.

Come promesso riporto un piccolo reportage fotografico di uno dei mercati che ho visitato. Il Mercat Central di Valencia è altra cosa: è permanente, è difficile da penetrare sia per gli odori a volte nauseabondi, sia per i colori troppo abbaglianti sia soprattutto per la copiosità delle persone. Una selva colorata da intagliare con gli occhi. Ho preferito proporvi il mercato di Algemesì: paese di provincia valenciana, che conta 30000 abitanti circa. E’ conosciuto per la coltivazione di arance: circa 45 tipologie che fioriscono, profumano e marciscono in periodi diversi dell’anno. La cooperativa di Algemesì raccoglie e invia in tutta Europa con indirizzi che recano parole tedesche, inglesi, francesi, italiane, e chi più ne ha più ne metta. Se si va per la campagna durante il periodo di aprile si rischia un’ubriacatura da profumo di zagare che può essere paragonata a quella da vodka[1]
La caratteristica dei mercati spagnoli è la frutta: terribilmente enorme e dai colori surreali tanto che credo a volte di vivere in un quadro di Dalì [2]. Sono pressocchè sicura che usino OGM e wikipedia conferma, la cosa mi rattrista perché è come guardare una signora molto bella che piano piano avanzando, mostra labbra rifatte a canotto: un umorismo pirandelliano tutto contemporaneo in cui l’uomo, la cui attenzione bisogna mantenere viva, nient’altro è che il nostro capriccio allevato dalla globalizzazione e dall’apparenza consumistica.

Propongo questa foto di fragole ma si consideri che in questo periodo si vendono anche ciliegie, uva ma soprattutto cocomero dalla forma sferica e dal color esterno nero [3]
, melone giallo (dalla buccia verde scuro), pesche percoche [4]
e frutta invernale che ormai appare come pelle morta del passato. Insomma, il venditore, sebbene la mole non proprio aggraziata, ha grande delicatezza nel curare le sue creature e le vende ben collocate in piccoli canestri dalla forma quadrata. Quando si dice che è un Principe: “Sta mano po’ esse fero e po’ esse piuma: oggi è stata ‘na piuma”[5].






Guardate, comprerei pure quelle pesche che stanno vicino ai porri mefitici, ma soprattutto quelle ciliegie: per chi mi conosce sa quanto io le ami, frutto umile nella dimensione ma denso nel sapore, unico nella sua condizione poiché necessita acuto denocciolatore, che si spera sia il semplice mangiatore. Las cerezas son baratas: 3.20 al chilo, in Italia con il doppio degli euri ci compri un canestrello di noccioli. Così come pure le pesche, con il doppio ( a volte il triplo) ti fai due peschette con il pelo cui togli buccia e nocciolo ricavando solo 1/3 del peso complessivo. Insomma gli OGM hanno i loro perché ma sinceramente, provenendo da paese contadino in cui mio padre ha sempre portato a casa pesche sbilenche e fragole uscite da un film horror ma dal sapore 30 volte più forte, denso e deciso di ciò che ho assaggiato in Spagna, preferisco la salutare bruttura all’apparente esuberanza scialba.  


I carciofi vanno al chilo e non al “fiore”, come le buffe taccole ovvero i meravigliosi fagioli corallo con cui si fa la paella, e i pomodori transgenici che sembrano palloni da rugby: che dire? Bellissimi e abbaglianti.



Rimango sempre colpita, positivamente stavolta, da queste bancarelle dal sapore antico: sacchi di iuta che contengono spezie e sapori un po’ invisi ai giovani: in particolare quei fagioloni grandi che vedete sulla sinistra vengono messi nella paella e sono deliziosi[6].



Altra cosa che mi ha messo sempre molta curiosità sono le uova. A parte il fatto che le famiglie in cui ho alloggiato questi anni usano mangiare una decina di uova a testa a settimana per persona, la particolarità risiede nel colore bianco del guscio. Ho chiesto a mio padre e mi ha detto che il colore può dipendere sia dal mangime che dalla razza della gallina: le galline livornesi fanno le uova dal guscio bianco mentre le padovane color mattone. Ora, sul perché in Spagna e all’estero ci siano più galline livornesi che padovane chiedetelo ai successori di Carlo Cannella. Anche gli asparagi dentro ai vasi di vetro sono bianchi mentre la curiosità linguistica viene dal miele (lo vedete sulla destra e in particolare quello è miele di rosmarino: buonissimo). Il miele, il latte, il sale, se in italiano sono tutti di genere maschile in spagnolo sono tutti di genere femminile: la miel, la sal, la leche[7], segno che questi cibi portano con se’ un significato materno, di protezione e di dolcezza e di sapidità.




Passiamo così ai dolci. Devo essere sincera che non ne ho mangiati di buonissimi. C’è il brazo del gitano (il braccio del gitano) che è un rotolo di pan di spagna ottenuto con 12 uova su cui si spande panna e poi si arrotola creando così un rotolo che infonde un senso di forza e possenza. Poi i dolci sono più presi dalla tradizione inglese e americana (cupcakes, brownies ecc) mentre IN OGNI DOVE è un tripudio di CHUCHES: caramelle gommose dal prezzo super economico. Un pacco da un chilo assortito costa da un minimo di 3 euro (al mercato) a un massino di 4.50 se vai in uno dei negozi che caratterizzano le vie di paesi e città. Solo per questo, 90 punti a Grifondoro! Altrimenti, spesso vi potete imbattere in una di queste bancarelle che mostra come mercanzia dolcetti ben impacchettati e sempre attraenti, solo per palati assai golosi e curiosi.

Questa volta, rispetto a tutti gli altri sabato in cui viene allestito il mercato settimanale ad Algemesì, spiccano due stands differenti che, proprio per la loro peculiarità carpisono l’attenzione di molti passanti. Uno stand, è quello tipico che si incontra nei mercatini delle pulci che cercano di valorizzare il vintage, il riuso e il collezionismo da “sepolti in casa”: vecchie riviste, con date anche non molto remote[8]
. Ma senza porsi troppe domande dal sapore campanilistico e nazionalistico che rivelano solo l’inadeguatezza dell’osservatore, passiamo allo stand immediatamente successivo: una tipica esposizione di paramenti tradizionali da toreador. Chi sia Jorge Exposito non saprei ma sicuro che è bravo. Infine questi reportage sono così sommari, così vuoti che avrei molte molte e più esperienze da raccontarvi, da farvi assaporare di questa Spagna, di questa Roma, con incontri di uomini, ognuno con la propria storia: per la strada non sono persone che camminano ma storie viventi che lasciano scie parlanti. Ti toccano, le senti vibrare e fuggono via, al pari di tante tangenti impazzite come vettori in moto centrifugo.
Miriam Di Carlo




[1]Se vi fidate di una che non si è mai ubriacata veramente, meglio per voi.
[2]Ma guarda caso anche Dalì abitava non molto lontano! Toh, coincidenze.
[3]MI rammarico di non aver fatto foto ma appena l’ho visto me lo son mangiato senza pensare troppo: scusasse.
[4]Algemesì è produttrice di pesche e kaki vanigliati duri che vengono posti dentro grandi vasi con alcool al fine di mantenerli duri e dolci per tutto l’inverno: io non li amo molto anche perché, parafrasandomi, va contro la Marcuzzi e il bifidus, effetto opposto in campo straniero significa uomo morto che cammina nel Miglio verde del bagno. Vabbè sciolgo l’allegoria e dico solo: stitichezza.
[6] Se li fate alla romana, ovvero in umido con rosmarino e olio li dovrete ribattezzare fagiuoli al pellicano e non più all’uccelletto.
[7]Curiosità dentro la curiosità anche la parolaccia “Cazzo” trova il suo corrispettivo in spagnolo nella parolaccia “Cono” che sarebbe la vulva detta al maschile: una perversione che ha due versanti di interpretazione, a mio avviso. La prima è che la parolaccia non sia il membro maschile ma la vulva, segno che la donna è sicuramente più libertina rispetto all’Italia. Infatti noi diciamo “Ca***” perché abbiamo una società linguisticamente basata sul maschile (ne faremo un approfondimento a parte). Gli spagnoli si dirigono verso la femmina (e non donna) ma chiamano ciò che attrae della donna con un genere maschile per indicare che è la visione che hanno gli uomini di quell’oggetto. Quindi in fin dei conti meglio accontentarci del nostro “ca***” zitti e chiotti.
[8]E qui viene l’interrogativo? Perché vendere numeri passati di giornali di pettegolezzi che risalgono ad un anno prima o qualche mese prima? Per vedere che faceva il re di Spagna in inverno, per ricordarsi se Nadal aveva fidanzata o no? Non so.