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giovedì 21 novembre 2013

Perché non sono d’accordo con Domenico Naso de “Il fatto quotidiano” a proposito di #Gazebo.


Leggo con interesse la critica che il giornalista televisivo de “Il Fatto” ha pubblicato circa il format “Gazebo” in onda il martedì, mercoledì e giovedì in seconda serata su Rai3. Premetto onestamente, che seguivo Zoro solamente in “Parla con lei”, rimanendo rapita dai video sulle diverse anime del Pd. Quindi salvo il Blog di Diego Bianchi e questi passati esperimenti televisivi, non posso fare un confronto a 360°: ma proprio per questo la mia testimonianza potrebbe essere maggiormente valida.

Il titolo di Domenico Naso già esordisce con un paragone che forse, tranne la fascia oraria, non regge: Gazebo come Porta a Porta ma di sinistra. Porta a porta è tutt’altra cosa: nello studio di Vespa sono invitati esponenti politici e il vero fulcro è il talk show politico, che ospitò un tempo anche Berlusconi e Prodi. In Gazebo non c’è alcun talk show: non si assiste all’accavallarsi di voci, di discorsi, di scontri verbali e non. Il format di Bianchi, Salerno, Sofi, D’Ambrosio (in arte Makkox), non nasce dal gusto per il diverbio improvvisato ma nasce come un giornale televisivo, per chi non l’avesse capito. E’ una testata giornalistica, con tanto di vignetta satirica (al posto di Altan): c’è spazio per il reportage, per l’indagine che potrebbe sembrare distorta e grottesca ma che rivela quanto sia paradossalmente reale (Mirko Matteucci: e posso testimoniare che la fauna che tocca tangenzialmente i vari taxi rappresenta un campionario variopinto e quanto mai ideale del paese, sia con una visione interna proveniente dalle varie Italie, sia con una visione esterna proveniente dall’Estero), c’è posto per un commento pacato, irriverente ma non troppo, veritiero ma mai pregno di quell’autocommiserazione rasente il suicidio di cui il M5S tanto taccia il PD: una trasmissione garbata, la definirei. Forse lontana dall’ANTI-garbo e intemperanza cui siamo stati abituati dalle ultime elezioni. Certo, i simbolismi, le ironie e i significati lasciati all’intelligenza dello spettatore non possono essere capiti da tutti ma ecco, io vengo da Viterbo, in realtà da un paesino della provincia di Viterbo e posso dire che mi piacciono, mi coinvolgono perché riescono a dissacrare senza inveire o mandare a cagare per forza.

Altra punta di diamante oltre Makkox e i reportage, sono le social top ten di cui, proprio gli accaniti sostenitori della democrazia liquida, dovrebbero riconoscerne l’importanza e presente e futura. Non solo per la potenza mediatica ma soprattutto per la contropartita e il lato oscuro del tweet: l’incapacità comunicativa, il lapsus, la coerenza si manifesta in maniera patente nel cinguettio lanciato. A volte più che un cinguettio un vero e proprio latrato cacofonico.


Infine proprio la seconda serata assicura al programma quel tanto di protezione necessaria: se fosse stata una prima serata sarebbe stata azzardata, ma la seconda serata fa sì che gli aficionados, gli ironici e sagaci possano lottare con la loro narcolessia pur di assistere alla politica in&out dei Palazzi. Questo programma è nato così, come interazione di media, come osmosi della comunicazione ed è potenzialmente una bomba mediatica: sta ai produttori mantenere questo tenore sempre alto e non disattendere quei fedelissimi che stanno sempre diventando più numerosi, precettati dalle battute salaci di Zoro non solo a Roma ma pian piano anche nelle altre Italie. E se si contesta il personaggio di Diego Bianchi bisogna anche vedere che il programma è basato su di lui, sulle sue idee ma anche su altre anime che rendono la trasmissione una testata giornalistica polifonica con tanto di intrattenimento culturale dato dalla musica di Angelini. Il reportage è Zoro, la cornice ha essenzialità solo nel momento in cui si hanno i cammei delle varie anime che spuntano nella trasmissione straniandone i punti di vista, accolti come arricchimento e non come diversità estranea. 
Miriam Di Carlo

giovedì 6 giugno 2013

La vigilanza Rai.

Non si riesce a giocare più né a Ruzzica né a Ruzzle.

A me me pare solo ‘n gran casino. Una Babilonia senza fine in cui non ci si raccapezza niente, né giocando a ruzzica[1] né giocando a Ruzzle, vale a dire né menando di sana pianta qualcuno, né insultandolo fino ad esaurimento improperi improbabili.
Oggi il M5S celebra un lutto e poi una vittoria: prime defezioni all’interno del Gruppo della Camera, da cui si distaccano Furnari e Labriola adducendo come giustificazione, non tanto il problema degli scontrini, diaria e compagnia bella, quanto proprio il rigido controllo dell’Occhio. Anche ne Il fatto Quotidiano si ha un addio plateale alla Mentana: in un articolo di oggi dal titolo “Biologico, esperti e commiato” si legge alla fine l’addio del giornalista Bassanini.

 “Veniamo al commiato. Vi confesso che sono sempre più a disagio nello scrivere qui dentro. Per via della “compagnia” che si è aggiunta nel tempo:  complottisti dell’11 settembre, antivaccinisti, “esperti” di energia che sbagliano le unità di misura, “esperti” di nanoparticelle nelle merendine, teorici della decrescita, omeopati, teologi assaggiatori di vino che concionano di ogm invece di parlare di Barolo o Barbaresco e così via. Io ci metto settimane o mesi a leggermi la letteratura scientifica originale e a scrivere un articolo, mentre a scrivere una cazzata con un copia e incolla ci si mette mezz’ora. E dopo neanche un giorno il mio pezzo è svanito dalla home page, scivolato via nel mischione generale insieme a tanti altri con cui francamente non voglio essere associato. Non vale la pena fare tanta fatica. Per cui, come si dice solitamente in questi casi, ho deciso di “prendermi una pausa di riflessione”. Che temo sarà lunga.”

Insomma vita dura per il mondo della comunicazione. Ma oggi arrivano traguardi importanti che mettono fine al grande clima di attesa maturato in questi giorni.
Dopo la grottesca attribuzione del Copasir alla Lega[2], si passa al tema dolens della Vigilanza Rai che viene affidata niente popò di meno che a loro, i 5stellati. Grande bottino. Quindi noi abbiamo delle richieste esplicite da soddisfare:

1)      Sopprimere immediatamente Affari Tuoi e Max Giusti. Chi lo vede è perché lo usa come sottofondo sonoro mentre parla palesemente di altro.
2)      Sopprimere quel format atroce che si chiama Porta a Porta e esiliare subito Bruno Vespa. O una gogna catramata, decidete voi. Poi offro collaborazione per fare plastico.
3)      Non cercare di riesumare per la 20° serie : - Un medico in famiglia (pietà di noi); - Don Matteo (e Terence Hill che riappare più molesto di Paolini in altre fiction, incapace di accettare la sua anzianità e canutaggine. Tra l’altro Don Matteo, al pari della Signora in Giallo porta palesemente sfiga, ma si sa, questo ormai è un topos letterario all’ordine del giorno); - Tutte le fiction che sono arrivate alla 6° stagione. Basta.
4)      Riammettere la Gruber a patto che si sgonfi un po’ perché il suo essere donna intelligente e acuta stona profondamente con il suo sorriso inquietante, tant’è che menomale che poi arriva la voce di Pagliaro che rassicura gli animi.
5)      Togliere l’Arena a Giletti, perché l’Arena andrebbe pure bene, è Giletti e chi ci sta dentro che disturba la domenica pomeriggio.
6)      Rimettere Blu notte di Lucarelli.
7)      Reintrodurre Daverio e Augias in qualche modo. Non so come ma si deve fare.
8)      Mettere un piccolo cartonato di Piero Angela in ogni studio televisivo.
9)      Chiedere al giornalista Fidel Mbanga Bauna (l’uomo nero di Saxa Rubra) perché vota Alemanno: che problemi ha?
10)   Non trasmettere solo calcio su Rai Sport, far capire la differenza tra Rai Gulp e Rai YoYo, non fare solo documentari sull’olocausto su Rai Storia.
11)   I gettoni d’oro non esistono.
12)   Affidare una trasmissione ai tre tizi di Do Re Ciak Gulp, escludendo Mollica.

Grazie per l’attenzione e buon lavoro.
Miriam Di Carlo





[1] Antico gioco che si basa sul lancio di una grande forma di formaggio: vince chi la getta più lontano. Insomma il gioco più ancestrale e primordiale ma anche quello più godurioso: ci sarebbe veramente da buttare in testa a qualcuno qualche bella forma de cacio.
[2] Cioè ma stiamo scherzando? Il Comitato parlamentare per la Sicurezza della Repubblica alla Lega? E’ come affidare la sicurezza di vostro figlio al pazzo verbigerante del quartiere che dicono abbia ucciso quattro cani e una pecora, è come affidare la vigilanza di un cartone di uova al più grande imbranato dalle mani di ricotta. Magari ci esce pure una Cassata decente, o una grande Cazzata senza ritorno. 

giovedì 30 maggio 2013

Web o non Web? Rodotà e Settis parlano di internet...e non solo.


I miei giornalai di fiducia sono tutti molto simili: hanno pochi capelli e bianchi ma soprattutto indossano adorabili occhialetti da presbiti calati sul naso. Saluto Vittorio il meccanico e poi Natale il suo aiutante, Tonino il parrucchiere e il barista senza-nome, la cinesina che ha appena partorito una meravigliosa bambina e infine arrivo al giornalaio. Oggi davanti all’edicola c’è un signore che interviene subito dopo la mia richiesta “La Repubblica” e mi dice “La Prima, la Seconda o addirittura la Terza?”.

Eh già perché effettivamente per gli storici futuri questo periodo politico apparirà come un nuovo capitolo della Storia Italiana contemporanea ed una delle molteplici cause se non la preponderante risulta essere a mio avviso l’evoluzione tecnologica. L’umanità ho progredito e non è indifferente che la crisi si faccia sentire in tutti i consumi, persino quelli di prima necessità ma che non riesca ad intaccare la tecnologia e in particolare la nanotecnologia.

Ha affrontato l’interrogativo che pone il web, Stefano Rodotà su un articolo de “La Repubblica” di oggi dal titolo “La democrazia del web è vera democrazia?” che consiglio vivamente di leggere perché apre a nuovi spunti di analisi su un processo sfaccettato e multiforme. L’imbarazzo davanti a questo potere comunicativo e la paura se non la diffidenza nella gestione della rete già venne palesata da Benedetto XIV: mentre in alcuni movimenti della Chiesa si diceva che il web fosse strumento perverso ed alienante se non demoniaco, intanto Benedetto XVI apriva il suo account twitter per comunicare. Come tutte le cose va trovata la giusta modalità di applicazione e la possibilità di trarne frutti.
A livello sociale e comunicativo è indubbio che il web mescoli una buona dose di alienazione data da rapporti virtuali e quindi mai immediati e concreti (dando spesso l’illusione di non essere soli) a grandi scambi e dibattiti su tematiche e concetti che alimentano lo scambio più mentale che fisico. All’interno del web però vige una qualche gerarchia e sebbene vi sia una falsa o illusoria possibilità di interagire direttamente con gli alti vertici, esso diventa veramente scambio e interazione nel momento in cui si crea una situazione intimistica e non di massa come invece può essere un blog molto frequentato o twitter: infatti le mille e mille voci, proprio per la grandissima copiosità, si disperdono e alla fine vigono solo le forti personalità riconosciute tramite la loro indiscussa notorietà. Ma il web porta veramente con sé una grande rivoluzione data proprio dal fatto che non è un mezzo passivo, che viene subìto come una tv o un giornale ma dà maggiore possibilità di scelta, di selezione e di interazione che a volte può risultare efficace, magari grazie a una buona dose di fortuna ma anche di talento.
Comunque sia, Rodotà affronta l’argomento dal punto di vista politico e non strettamente comunicativo dimostrando ancora una volta grande lucidità, adattamento ai tempi e spirito critico.
Così come un’altra grandissima personalità che consiglio a tutti di approfondire perché merita: Salvatore Settis. Questo signore ha un Curriculum da urlo ma sono sicura che, come tutti i grandi colti potrebbe tranquillamente dire “So di non sapere”. Ha stilato ben 15 tesi e oggi presenterà al Teatro Piccolo Eliseo un evento con Civati e Barca. Riporto le sue tesi che danno una descrizione efficace e quanto mai valida sulla situazione che stiamo vivendo:


SETTIS - LA CULTURA SCENDE IN CAMPO. Quindici tesi sull’Italia 
di Salvatore Settis
LEFT, 25 MAGGIO 2013

1. La crisi della democrazia rappresentativa, presente ovunque, è particolarmente grave in Italia, a causa di due peculiarità del suo sistema politico: la legittimazione di un leader (Berlusconi) che non avrebbe titolo ad esser tale sia per i conflitti di interesse che per i reati comuni di cui è accusato, e una legge elettorale (il Porcellum) iniqua e anticostituzionale.

2. Un governo di “larghe intese”, che capovolge il responso delle urne, aggrava ulteriormente questa crisi, inseguendo l’impossibile modello di una democrazia senza popolo.

3. La natura estrema di questa crisi non colloca l’Italia fuori dal contesto mondiale. Al contrario, ne fa un caso-limite (per ciò stesso esemplare) di crisi della democrazia. Quello che accadrà in Italia (la vittoria della casta politica contro l’elettorato, o la riscossa dei cittadini) è perciò di grande rilevanza nel quadro globale. Grande è la nostra responsabilità.

4. Ingranaggio-chiave della crisi della democrazia è la dominanza dei mercati, cioè di persone, gruppi di interesse, lobbies bancarie e finanziarie che determinano il corso dell’economia. Queste oligarchie, in quanto sfuggono ad ogni controllo democratico, sono la vera e sola “antipolitica”. L'Europa si è ridotta ad essere il territorio di caccia di queste oligarchie e tecnocrazie, e le scelte politiche italiane viaggiano con questo «pilota automatico», secondo la frase di Mario Draghi. Su questa tendenza si sono appiattite in Italia tanto la destra quanto la “sinistra”, che ha con ciò rinunciato alla propria missione storica di difensore dei diritti dei cittadini, nascondendosi dietro un passivo “ce lo chiede l’Europa”.

5. La dominanza dei mercati, con la complicità della politica, genera (in Italia come altrove) un’ “austerità” che non crea ricchezza, ma la concentra nelle mani di pochi; pone il lavoro e la dignità della persona al servizio del mercato; mortifica libertà e uguaglianza comprimendo la spesa e i servizi sociali; innesca disoccupazione, disagio sociale, emarginazione, povertà.

6. L’anestesia che ci viene proposta come “pacificazione” o “responsabilità” consiste non solo nell’annientare le differenze fra “destra” e “sinistra”, ma anche nel chiudere gli occhi davanti ai problemi dei cittadini in ossequio alla dittatura dei mercati. Questa è stata la base e del “governo tecnico”, fase di rodaggio delle “larghe intese” oggi all’opera. Ma gli inviti all’amnesia vanno respinti perché sono contro gli interessi dei cittadini e contro la legalità costituzionale.

7. Il progetto di “democrazia senza popolo” sussiste perché l’antica funzione dei partiti come luogo di riflessione e di progettazione è morta. Quel che resta degli apparati di partito si è trasformato in un macchinario del consenso, fondato sulla perpetuazione dei meccanismi e delle caste del potere.

8. Una parte larghissima del Paese esprime una radicale opposizione a questo corso delle cose. Lo fa secondo modalità diverse, anzi divergenti: (a) la sfiducia nello Stato e il rifugio nell’astensionismo; (b) gesti individuali di protesta (fino al suicidio); (c) vasti movimenti che si trasformano in partito, come il M5S; (d) piccole associazioni di scopo, dichiaratamente non-partitiche, per l’ambiente, la salute, la giustizia, la democrazia. Queste ultime sono ormai alcune decine di migliaia, e coinvolgono non meno di 5-8 milion di cittadini. E’ a partire dall’autocoscienza collettiva generata da questo associazionismo diffuso (ma anche nei sindacati) che si può avviare la necessaria opera di restauro della democrazia.

9. Queste forme di opposizione “vedono” quel che sembra sfuggire a chi ci governa: il crescente baratro che si è aperto fra l’orizzonte delle nostre aspirazioni e dei nostri diritti e le pratiche di governo. Tuttavia, le associazioni e i movimenti, pur generando anticorpi spontanei alle pratiche antidemocratiche, stentano a trovare un denominatore comune, un manifesto che possa tradursi in azione politica.

10. Questo manifesto esiste già. E’ la Costituzione della Repubblica. Essa va studiata e rilanciata come la Carta dei diritti della persona e della collettività, che corrisponde in grandissima parte all’orizzonte delle aspirazioni e agli anticorpi spontanei della protesta.

11. Costituzione alla mano, l’universo dei movimenti e delle associazioni si può rivelare a un tempo stesso come il sintomo di un malessere e la cura della democrazia italiana. Sintomo, perché mette allo scoperto il carattere anti-democratico della politica “ufficiale”. Cura, perché i movimenti sono un serbatoio di idee, di elaborazioni, di progetti, di riflessioni, nell’esercizio del diritto di resistenza (che, secondo la Costituzione della Repubblica Partenopea del 1799, è «il baluardo di tutti i diritti»).

12. Questa forma di resistenza civile in nome del bene comune (che la Costituzione definisce “interesse della collettività” o “utilità sociale”) va intesa come adversary democracy : e cioè come l’esercizio pieno della cittadinanza, che non si esaurisce nel voto, ma si estende a una continua vigilanza critica e capacità propositiva. Essa non sostituisce la rappresentanza politica, ma si affianca ad essa, la controlla e la stimola. Non è contro la democrazia: al contrario, intende salvare la democrazia mediante la partecipazione dei cittadini, secondo il disegno della Costituzione.

13. La Costituzione non va intesa come una litania di articoli staccati, ma come una salda architettura di principi, coerente e inscindibile. L’adversary democracy va esercitata partendo simultaneamente dalla consapevolezza dei propri diritti e dalla difesa della legalità costituzionale. In nome della Costituzione vanno rimesse in onore le vittime sacrificali della presente dittatura dei mercati: le regole della politica e i pilastri del progresso sociale (politiche del lavoro, welfare state, diritto alla cultura e alla salute).

14. Nel crepuscolo della democrazia, è possibile, desiderabile, necessario ripartire dai movimenti per riformare i partiti e i sindacati, per ricreare la cultura politica che muove le regole.

15. Salvaguardare la Costituzione negando legittimità a qualsivoglia “Costituente” autonominatasi è precondizione necessaria del ritorno a una piena democrazia costituzionale. E’ urgente, piuttosto, l’alfabetizzazione costituzionale dei cittadini, simile a quella promossa dal Ministero per la Costituente (governi Parri e De Gasperi, 1945-46). Perché «ogni legislatore dev’esser guidato, sorretto, confortato dalla coscienza del suo popolo» (A.C. Jemolo).

P.S. Se il M5S avesse sfruttato anche altri mezzi di comunicazione che non fosse il semplice e solo web, come la tribuna televisiva avrebbe avuto maggiore visibilità la propria intrinseca innovazione  (nonché le proposte avanzate) e non sarebbe stato bollato come il Movimento dello scontrino. 
Miriam Di Carlo. 

martedì 28 maggio 2013

Pd: ha vinto l'astensionismo + Il fatto di Travaglio + Blog Grillo.


Ha vinto l’astensionismo.
Grandissimo risultato del Pd: è riuscito nuovamente a far vincere un'altra entità. A volte concreta a volte astratta ma vince sempre qualcos’altro.
D’altra parte stamattina ho comprato il Fatto Quotidiano giusto per sapere cosa dice la stampa “indipendente”. L’editoriale di Travaglio “Il grillo Marino” mi sembra a dir poco agghiacciante. Denuncia ma liscia: ma lo sappiamo bene, la peculiarità di Travaglio è questa oltre al fatto di trovarsi sempre un nemico da abbattere tramite cui sussistere nutrendosi della sua vigoria[1]. Ma il nemico non diventa mai Grillo: questa volta Travaglio finge di essere super partes. Finge perché magistralmente termina la sua bella colonnetta con i due pregi del Movimento. E si sa, la parte finale di un articolo è la parte più forte e che rimane impressa. Però si è tirato fuori, indenne da un eventuale capitombolo del M5S.
Poco fa invece arriva la risposta di papà-Grillo che di certo anche questa volta non dimostra di essere una papà Gambalunga, sia fisicamente che moralmente. E’ come se avesse ripreso la scritta che campeggia in alto sul Colosseo Quadrato dell’Eur la quale cita:
Un popolo di poeti di artisti di eroi
  di santi di pensatori di scienziati
 di navigatori di trasmigratori” aggiungendo alla fine “e di coglioni”.
Infatti la grande analisi di Grillo parte da un'altra assiologia tassonomica ma dicotomica quindi a dir poco banale per descrivere il tessuto sociale variegato e molteplice italiano: ma che ci importa? La sua campagna elettorale è stata condotta sulla base di banalizzazioni e riduzioni a minimi termini fin troppo minimi. Quindi secondo Grillo l’Italia è composta da due classi. Quelli interessati allo status quo e quelli che soccombono ogni giorno. Un’analisi degna del più grande statista. E lui dove si colloca? Sicuramente se anche lui, conformemente alle esortazioni rivolte ai parlamentari da lui tutelati e da lui osteggiati, avesse buttato dalla finestra tutti i suoi beni al pari del Santo d’Assisi[2], avrebbe raggiunto maggiore credibilità agli occhi dell’elettorato, avrebbe dato un esempio di coerenza e concretezza senza che questa fosse demandata ai suoi figli. In maniera del tutto palinodica (ovvero attraverso finta ritrattazione), non incolpa della sconfitta tutto ciò che ha additato fin d’ora: non è colpa dei giornali, non è colpa delle reti televisive. Ma in fin dei conti sì. Perché vi hanno distorto talmente tanto la mente da non capire, mentre io sì. Questo è un ulteriore sbaglio di Grillo: dare una visione totale e onnisciente del reale (cosa che il vero politico non dovrebbe fare), compreso a livello visionario soltanto da lui: in questa maniera chi dissente da lui e si sente un po’ insicuro, si reputa un imbecille e segue chi pensa possa capirne un po’ di più.
La più grande “rosicata” poi è stata maturata questa nottata, seguendo i risultati di Siena: vero cavallo di battaglia del Movimento che ha sempre cercato di convincere anche la gattara de Tor Pignattara che il Monte dei Paschi di Siena è il motivo più valido per non avvicinarsi al Pd.  Veramente leggendo la storia del Movimento, Grillo mi ricorda in tutto e per tutto questo pezzo di Aldo, Giovanni e Giacomo in Tre uomini e una Gamba: non va bene niente, niente di niente, poi trovato il modo di urlare ecco come ci si ritrova, perdendo il timone. http://www.youtube.com/watch?v=MX9wJV9XKqE
In fin dei conti dopo queste elezioni l’Italia mi sembra la grande eroina delusa e abbandonata di Ovidio[3] che rimpiange il suo amato (una politica sana) affinché la conduca: spera che torna vigoroso e forte ma in fin dei conti è rimasta delusa dalla sua troppa assenza e tale delusione la induce a non fidarsi più. Per questo si chiude e rimane muta, aspettando.
Ma nella strada, tra la gente, la vita va avanti e sebbene il ruolo del politico sia quello di stare sopra tutti, non farsi intenerire da piccole affettività locali per garantire un benessere collettivo e complessivo in cui ogni entità abbia la sua buona dose di libertà e diritto nonché dignità, la gente continua ad intenerirsi, a sperare, a mettere le mani in pasta anche nelle piccole cose giornaliere, che si sa, sono il sale dell’esistenza.

P.S. Aggiungo una piccola postilla sul caro Alemanno. E' stato veramente carino e tenero stamattina quando ha dato la colpa al derby "ha distolto l'attenzione" (anche la destra al pari del M5S non è vittimistica sulle sconfitte ma addita gli elettori come deficienti i quali, secondo la mentalità dell'uomo-medio-italiano che non concepisce di passare da coglione perché metterebbe in crisi la sua virilità, rispondono con un intelligente "eh no, eh, Adesso vi voto così non passo per deficiente!") e poi ha farfugliato altre scuse da III elementare. Sono sicura che Alemanno veniva picchiato da suoi compagni da piccolo. 

Miriam Di Carlo






[1] Inoltre aggiungo che la Gabanelli non viene citata con il suo proprio cognome ma inserita all’interno di una parentesi che riporto testualmente: “(tipo i delirii della cronista di Report sulla pubblicità del blog)”. Oltre l’errore di ortografia che confido nell’identità di refuso si nota una certa bruciatura ancora dolens. Prossimo passo: studiare l’infanzia frustrata di Travaglio.
[2] Al quale si appella sempre, rimarcando le analogie tra il Movimento e il Santo.
[3] Le Heroides di Ovidio rappresentano un’opera innovativa e originale: consistono in 21 lettere che Ovidio immagina essere state inviate da un’eroina antica ad un suo amato che l’ha abbandonata o che è partito per un lungo viaggio. Quindi per esempio vicino a Didone possiamo trovare anche Penelope e addirittura Saffo a testimonianza che nell’antichità si era più scevri dai pregiudizi. 

lunedì 13 maggio 2013

Twitto ergo sum: Dinamica della piattaforma dove ognuno si crede il centro del mondo.


Immaginate per un momento un uomo che spara ad un altro uomo; ecco, ora pensate se nella sentenza del processo il giudice decidesse di condannare non l’uomo che ha sparato, ma la pistola.

Questa assurdità è esattamente la vanesia idea che viene strombazzata ai quattro venti da chi, ciclicamente, ripresentandosi alla cronanca problemi e contraddizioni dell’universo del web, dà la colpa ora a facebook, ora a twitter, ora alla fantomatica, dibolica ed incontrollabile “rete”.

Ogni fenomeno sociale si spega attraverso le ragioni e le cause che l’hanno originato, non attraverso i mezzi che lo trasmettono.

Per carità, internet e social network sono strumenti potentissimi, basta un niente e una palla di neve si trasforma in una valanga. Ma davvero possiamo continuare a pensare che il problema sia il megafono, e non il tizio che ci urla dentro?
Allora il problema è sempre lo stesso, l’educazione.

Educazione in senso stretto è quell’insieme di regole di buona creanza come “non appoggiare i gomiti sul tavolo mentre mangi”, oppure “metti la mano davanti la bocca quando sbadigli”. Seppure possa essere considerata una piaga sociale il dover ammirare le tonsille di chi ci sta di fronte, non è questa “l’educazione” di cui stiamo parlando.

In senso lato, l’educazione è l’isieme delle regole del viver civile, nel rispetto degli altri. Alle elementari, quei pochi fortunati che hanno potuto fruire qualche lezioncina di eduazione civica, avranno sicuramente appreso il concetto per cui “la propria libertà finisce laddove inizia quella degli altri”.

Bene, questo tipo di educazione è diventata merce rara, oggi, nell’Italia di inizio millennio. Non che sia necessaria la laurea per avere una basilare educazione civica. In fondo basta un poco far funzionare quell misterioso organo collacato nella calotta cranica, facilmente individuabile perchè posto tra le due orecchie.

È così, che, a causa di un abbandono dell’uso di massa della ragione in favore dell’istinto (maledetto istinto…), twitter, il più social dei social, si trasforma nella piazza dove tutti inveiscono contro tutti. Ma non è tutto: la cosa più divertente è che nessuno ascolta nessuno! Avrebbe potuto Plauto inventarsi una commedia degli equivoci migliore?

Ecco qui, davanti ai nostri occhi, la proiezione plastica e virtuale di una società snob (twitter è estremamente snob) ed egocentrica, dove si esiste solo se si cinguetta (in tempi non sospetti avremmo detto “parla di cazzate”). Su Twitter valore dell’opinione è dato semplicemente dal fatto che “l’opinione è mia”. È chi non è d’accordo non capisce un tubo.

Nel mio modestissimo parere, il dialogo e la comunicazione servono per trovare punti d’incontro, non per convincere e/o inveire contro altre posizioni.
Ma il cervello, per adesso non va di moda. Ha molto più successo l’ormone.

Ps. Un tweet ha al massimo 140 caratteri: uno spazio sufficiente per un commento o una battuta, non per una discussione. Voi usereste mai un cucchiaio per mangiare gli spaghetti?